Antonio di Pietro

La lezione del Regno Unito all’Italia in materia di gioco pubblico

L’Italia è, in qualche modo, il paese che meno impara dagli errori ed anzi, ne commette altri che, in misura maggiore, possono rivelarsi fatali o meno, prendendosi quasi sempre un rischio che sarebbe stato meglio evitare. Per quel che concerne la materia del gioco pubblico,ora come ora,  l’Italia e l’industria ludica potrebbero, anzi dovrebbero trarre esempio e giovamento da esempi e modelli che giungono, ancora una volta, dall’estero. Tanto per l’industria, ci mancherebbe, quanto per il Governo Centrale che, in materia di giochi, ha avviato una battaglia probabilmente senza precedenti ma che al momento profila, sullo sfondo, uno scenario quantomai tetro e disastroso. L’Italia resta uno dei mercati internazionali più proficui e sviluppati nel mondo, ma oggi fa i conti e deve scontrarsi con una realtà di scontri, proibizionismi e divieti, animati dai tanti movimenti di protesta e anti-gioco, che resta, comunque va detto, un problema marginale o meno accusato, comunque, per gli italiani. L’Esecutivo dovrebbe prendere provvedimenti, anche alla luce del parere formulato dall’Autorità Garante delle Comunicazioni sull’Applicazione del divieto totale di pubblicità dei giochi, come predisposto dal Decreto Dignità, rispetto al quale ha appena rilasciato le Linee Guida che ne determinano limiti e ambiti di applicazione. Sei mesi di lavoro e una lunga consultazione hanno consentito ad AGCOM di interpretare le disposizioni governative.

La valutazione ha focalizzato l’attenzione non solo la coerenza rispetto alle leggi statali già in vigore sul tema del gioco pubblico, ma anche quelle comunitarie e libera concorrenza. Un netto ridimensionamento di quello che veniva annunciato come un provvedimento di abolizione di pubblicità, ridotto ad una mera riduzione degli spazi e delle possibilità di promozione dei giochi con vincita in denaro. Lontano, dunque, il divieto totale, quando consente di distinguere tipologie di offerta, come quella legale o illegale, e soprattutto quando permette una chiara comprensione agli utenti. Non solo per i funzionamenti di un prodotto che si sceglie di consumare ma anche, e soprattutto, circa i rischi che si corrono. Aspetto, questo, fondamentale per importanza e forse sottovalutato col principale divieto di pubblicità e comunicazione nella forma che il governo aveva previsto. Inattuabile, per certi versi.

Ma dagli errori, così come per lo Stato, dovrebbe essere brava ad apprendere e a metabolizzare anche la stessa industria del gioco, espostasi volutamente alle proteste e ai movimenti di contrasto per la sovraesposizione mediatica dell’offerta nel nostro paese. Anche i giocatori, in tanti contesti, si sono stancati dei messaggi pubblicitari, di qualità discutibile, se non scadente. Certamente, una limitazione spontanea e preventiva delle stesse società di gioco avrebbe forse evitato la deriva fortemente proibizionista raggiunta dal governo e l’imposizione di quel diktat, assurdo e inverosimile, ma prodotto di un malcontento, tanto ideologico quanto strumentale ma esistente e da considerare.
Per gli operatori del gioco pubblico italiano è oramai giunto il momento di travalicare i propri confini, spesse volte anche mentali ed ideologici, e cominciare a guardare oltre per garantirsi una situazione diversa da quella attuale e, per l’appunto, seguire esempi in molti casi virtuosi. Sotto tutti i punti di vista e senza allontanarsi molto. Basti pensare al caso del Regno Unito, in piena crisi Brexit, dove si continuano ad attuare politiche di regolamentazione sul mercato di gioco, in un contesto finanche più evoluto di quello italiano. Il Governo inglese, come in Italia, ha dovuto cedere terreno di fronte a pressioni sempre più crescenti da parte dell’opinione pubblica e dei movimenti di protesta, intervenendo per esempio sul limite di puntata delle FOBT, le nostre VLT, ma comportandosi in maniera diametralmente opposta per quel che riguarda la pubblicità, come anche sui limiti da apporre all’industria, in maniera più ampia e completa. Sono state avviate, per esempio, consultazioni preventive con la Gambling Commission, non successive alla legge come ha dovuto fare AGCOM.

Ma in Gran Bretagna, a differenza dell’Italia, il regolatore del comparto è un ente autorevole che esercita appieno i propri poteri, ma l’industria gode di una stima diversa, considerata di tale importanza per l’economia del paese, produttiva ed efficace, da risultare imprescindibile. Ma è la stessa industria a comportarsi davvero “da industria”, preoccupandosi seriamente dei propri profili di responsabilità sociale e degli impatti della sua attività sulla comunità, ma anche guardando al futuro. Ci si prova a garantire una piena sostenibilità: così alcuni bookmaker e media hanno rinunciato agli spazi pubblicitari, per lanciare un segnale, tutelando i propri interessi, che sarebbero troppo messi a rischio facendo una guerra sulla pubblicità. Il Regno Unito, così, rappresenta un esempio per tutto il mondo in tema di gioco, mentre l’industria del nostro paese deve raccogliere un po’ i frammenti di tutto quel che sta andando in frantumi, provando ad ipotizzare, nell’immaginazione, un futuro quantomai incerto. Auspicandosi magari una ripresa coerente dell’Esecutivo, che possa guardare ad esempi virtuosi e cominciare il riordino del settore, superando i tanti scogli, su tutti la questione territoriale, ben più influenti della lotta sulla pubblicità.

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