Antonio di Pietro

Regno Unito: responsabilizzazione dell’industria come risposta ai movimenti di protesta

Mentre in Italia si attende ancora l’entrata in vigore tout court del Decreto Dignità, nel Regno Unito, negli scorsi giorni, è arrivata una importante svolta: sono scesi in campo, schierati, tutti i colossi del betting britannico per contrastare l’ascesa dei movimenti antigioco e assecondare la linea della Gambling Commission. Praticamente cambia il modo di fare pubblicità, per una decisiva azione di contrasto al gioco d’azzardo considerato problematico e per evitare, con ogni probabilità, azioni ancora più drastiche da parte del governo. La Gambling Commission, intanto, ha lanciato la sua strategia nazionale per la riduzione dei danni da gioco dopo una consultazione pubblicata e durata circa dieci settimana.

Il gruppo Gvc, che possiede tutti i brandi internazionali come William Hill, ha già comunicato che la sponsorizzazione alla maglia di alcuni club calcistici è ufficialmente interrotta ed è stata bloccata ogni altra forma di pubblicità. Dal prossimo agosto l’industria interromperà anche la pubblicità durante la maggior parte degli eventi sportivi, stando alle ultime indiscrezioni raccolte dalla BBC.

La strategia triennale, sviluppata dalla UK Gambling Commission, coordinerà il lavoro degli organismi sanitari, gli enti di beneficenza, l’autorità di regolamentazione e le imprese per ridurre i danni legati al gioco d’azzardo. La Commissione stima che circa 430mila persone nel Regno Unito abbiano problemi riguardanti l’azzardo ma nonostante il dato, le società di scommesse sono state spontaneamente sottoposte a crescenti pressioni da parte delle tantissime società anti-gioco e dal governo, che ha avviato una politica di forte contrasto alle dipendenze. Così i bookmaker come Paddy Power e Betfred hanno ambedue rimosso alcuni giochi nuovi di roulette dopo l’avvertimento della Gambling Commission. William Hill, non più di un anno fa, era stato colpito da una pesante ammenda di 6,2 milioni di sterline per la violazione delle norme anti-riciclaggio e di responsabilità sociale. I profitti delle stesse società, frattanto, sono stati spremuti letteralmente dalle misure del governo che ha introdotto la limitazione di puntata sulle FOBT, ovverosia gli apparecchi di scommesse a quota fissa analoghi alle nostrane VLT ma che in Gran Bretagna possono essere istallati soltanto da bookmaker nei negozi di scommesse.

GVC ha aumentato i propri investimenti nei programmi di ricerca, istruzione, trattamento del gioco patologico portando all’1% le sue entrate lorde nel Regno Unito stimate in tre anni. William Hill inoltre aumentato i contributi di beneficenza per il finanziamento del trattamento del problema del gioco d’azzardo, lanciando un programma, chiamato “Nobody Harmed”, che aiuta a prevenire il problema del gioco d’azzardo patologico, nominando un direttore del gruppo di strategia e sostenibilità, Lyndsay Wright, per guidarlo. L’amministratore delegato di William Hill, Philip Bowcock, aveva scritto in un articolo pubblicato dai media britannici, che il distacco dei clienti dai sistemi di gioco per ragioni di sicurezza era costato 17 milioni di sterline al gruppo, spiegando anche che riteneva necessario fare di più per il contrasto al gioco patologico.

Una situazione che, rapportata con quella italiana, non è poi così assurda. Anche in Inghilterra sono sorte delle barriere proibizionistiche contro dipendenze non così diffuse come quelle da alcol, droga o tabacco. Il governo, come in Italia, così in Regno Unito, ha mostrato vicinanza alla popolazione accogliendo i tanti focolai di proteste, senza compromettere le già delicate per le sorti politiche ed economiche del paese, dal momento che regna ancora l’ombra della Brexit. Le società di gioco in Gran Bretagna, però, hanno cercato quantomeno di anticiparsi coi tempi, rinunciando a qualcosa per dare un segnale alla politica e alla popolazione: si è così stigmatizzato il peggio. Ciò che in Italia, l’industria, non è riuscita a fare, almeno fino in fondo, nonostante i tanti buoni propositi e gli impegni di una parte della filiera, come per esempio fu, qualche anno fa, l’adozione di un codice di autodisciplina pubblicitaria siglato insieme agli organi tecnici e alle istituzioni di riferimento per limitare le pubblicità dei giochi e migliorare la qualità dei messaggi, oltre a non essersi ridotta la quantità di spot in tv e durante le principali manifestazioni sportive. La qualità della pubblicità, non è migliorata, dal momento che il codice di auto-disciplina è stato adottato soltanto da un ramo dell’industria, con altri operatori che non hanno mai avuto la premura di limitare le loro azioni o innalzare il livello di contenuto degli spot.

Nel frattempo, però, è cresciuta la protesta anti-gioco, in parte autentica ed in parte strumentale, eppure esistente. Fino alla richiesta di restrizioni, limitazioni, abolizioni finanche sui territori, fino al Decreto Dignità e alle restrizioni volute su tutto il territorio nazionale. Ma, va detto, nel Regno Unito l’industria del gioco continua a ragionare “da industria”, in Italia chi opera in un segmento del gioco continua a chiedere di far cadere i divieti su un altro segmento dello stesso settore: perpetrando una battaglia di quartiere finalizzata alla coltivazione del proprio orticello, che nel frattempo diventa sempre più piccolo e a rischio estinzione. Soprattutto dopo l’avvento di un governo populista che ha già dichiarato guerra al comparto. In questo senso, quindi, il Regno Unito continua a fare scuola nel resto del mondo. Con l’auspicio che in Italia qualcuno stia almeno pensando di seguire un esempio, fino a prova contraria, virtuoso.

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